Conference MHE

Diversity in Mental Health and Wellbeing
An Opportunity for Intercultural Dialogue
MHE&SIND
Aalborg 7-9 agosto 2008
sommario

La conferenza del Mental Health Europe (-MHE- associazione ombrello europea per le associazioni di salute mentale), tenutasi ad Aalborg 7-9 agosto 2008, in collaborazione con Sind, una importante associazione di salute mentale danese, si è concentrata sul tema delle diversità culturali e del benessere. Notevole lo sforzo di mettere insieme elementi che in genere allontanano piuttosto che avvicinare, soprattutto per le complesse questioni culturali, sociali e politiche che comportano. Parlare delle minoranze etniche come risorse risulta quasi paradossale in situazioni locali già di per sé bisognose di grande aiuto. Indubbiamente interessante a livello teorico l’accostamento fra il paziente psichiatrico, inteso come il diverso ed l’estraneo, e chi appartiene ad un mondo culturalmente lontano. In entrambi i casi si genera grande sospettosità fino a giungere alla paranoia. All’ istinto innato alla socializzazione e alla scoperta del nuovo si sostituisce il suo opposto, la chiusura e la difesa del proprio recinto. E allora si erigono muri e si scavano fossati. Di fonte al dramma personale acutissimo si può anche convivere alzando un muro di indifferenza. Raccapricciante la foto di una coppia di giovani sotto l’ombrellone di una spiaggia incantevole e, a pochi metri di distanza, il cadavere di un immigrato non sopravvissuto al naufragio dell’imbarcazione che avrebbe dovuto portalo in un mondo migliore rispetto a quello di provenienza.

La conferenza è stata preceduta dal seminario MHE dal titolo “Capacity Building” riservato alle associazioni connesse al MHE per aiutarle a strutturarsi sempre meglio in relazione alle direttive europee, sia del Consiglio che dell’Unione.
E stato riferito della EU High-level Conference del 12-13 giugno u.s. a Bruxelles dal titolo “Together for Mental Health and Wellbeing”, European Pact for Mental Health and Well-being,. Si tratta di un nuovo percorso che fa seguito, ma con una certa inopportuna discontinuità, a un percorso analogo che aveva portato, nel corso degli ultimi anni, all’adozione della Green Paper. L’iter di quest’ultima infatti si è inaspettatamente interrotto, lo scorso dicembre 2007, al momento della adozione dello Strategic Plan, che ne costituiva lo strumento applicativo.
In un certo senso di deve ricominciare da capo. Il patto è una sorta di dichiarazione di intenti relative a 5 aree e che dovrebbe coinvolgere tutti i possibili attori. Le aree sono: prevenzione della depressione e del suicidio, salute mentale e educazione nei giovani, salute mentale nei luoghi di lavoro, salute mentale nella popolazione anziana e, infine, lotta allo stigma e all’esclusione sociale.
La grande frustrazione delle associazioni e di esponenti europei dell’Organizzazione Mondiale della Salute (che pure ha sottoscritto il nuovo patto) per il percorso accidentato sopra riferito, ha riproposto la necessità di un lavoro di monitoraggio e di supporto continuo da parte delle associazioni sui diversi tipi di organizzazioni, da quelle europee a quelle locali. Non si può lasciare che siano i politici di turno a segnare i destini della salute mentale! Sono stati riproposti con forza, sempre a livello di associazioni, vari impegni come il progetto “Focal Points” del MHE, per una comunicazione permanente fra il livello europeo e quello nazionale, e il progetto “Buone Pratiche” come strumento di scambio di esperienze a livello locale. Riguardo a quest’ultimo è stato citato più volte, come esempio, il progetto Esperienze Compartecipate e Sistemi Locali di Salute Mentale, che, nato in Italia ad opera dell’Associazione Italiana per la Salute Mentale (AISMe), sta sviluppandosi in modo interessante a livello internazionale.
Fra gli altri contributi, di particolare interesse quello di Per K. Larsen, dell’European Anti-Poverty network (EAPN), su come implementare a livello nazionale l’ “Open Method of Coordination” nel settore della protezione sociale e dell’inclusione sociale, secondo la prospettiva della salute mentale.

La conferenza, partecipata da circa 200 persone, è stata molto ricca di interventi che si sono articolati fra sessioni plenarie, workshops e visite a momenti significativi. Di grande presa emotiva inoltre alcuni spettacoli teatrali, musicali e danzanti, come il “Masked play” di Sind, gestito prevalentemente da utenti dei servizi. Vale la pena ricordare che ha giocato un ruolo chiave nell’organizzazione Ibsen Jensen, ex paziente dei servizi e membro di Sind.
Trude Eliassen, della EU Commission, ha fornito aggiornamenti sulla Social Policy in EU, sulla “Revisione della strategia di Lisbona” e sulla “Inclusione attiva”. Riguardo a quest’ultima le associazioni dei diversi paesi sono state sollecitate a far pervenire al MHE raccomandazioni che il MHE, a sua volta, rielaborerà e invierà alla Commissione Europea
Fra gli interventi in plenaria notevole quello del prof Hans Gullenstrup, Università di Aalborg, che si è soffermato soprattutto sugli aspetti teorici del discorso interculturale. Poul Nyrup Rasmussen, già primo ministro danese, adesso parlamentare europeo, ha toccato molteplici aree della questione salute mentale, forte anche dell’esperienza di familiare di una figlia con gravi problemi psichiatrici.
Josepa Achotegui, psicologo all’Università di Barcellona, ha presentato una relazione molto articolata su “Immigranti che vivono in situazioni estreme, Sindrome da stress multipli e cronici (la sindrome di Ulisse)”. Il materiale fotografico, proiettato come accompagnamento alla relazione, ha consentito una comprensione ravvicinata dei drammi delle singole persone. Spesso in questo ambito si è abituati a guardare soltanto al fenomeno in generale e non alle persone singole. Accese le reazioni contro alcuni relatori che qualificavano correntemente come illegali gran parte degli immigrati. L’espressione corretta, quando non si abbiano informazioni sufficienti, è invece quella di “immigrati senza documenti” ( “undocumented”). Se si tratti di persone fuori legge lo si potrà sapere solo dopo aver acquisito i documenti.
La tavola rotonda “Ricerca di un terreno comune per un dialogo interculturale” ha sottolineato la necessità di guardare al discorso secondo una prospettiva intersettoriale, evitando approcci monodisciplinari e rischi di patologizzazione, di criminalizzazione e comunque di percorsi facilitanti la ghettizzazione.
Preben Brant (project Underfor, Dk) ha espresso l’opinione, non senza una certa dose di provocazione, come sia quasi impossibile cercare un terreno comune per un dialogo interculturale nei servizi. Nei servizi psichiatrici di comunità infatti non arrivano le minoranze etniche forse perché le vogliamo normalizzare. Ma si tratta solo di una questione di salute mentale!?
Allyson McCollam (Scottish Development Centre for Mental Health) ha insistito invece sulla opportunità della ricerca di contatti con altri stakeholders. Kaylira Julius (Associazione Salute Mentale Uganda) ha sottolineato come la musica costituisca un grosso momento di unione fra le 42 culture diverse in Uganda. In Uganda le persone vorrebbero più psichiatri e più medicine, nel mondo occidentale si vuole l’opposto! Fu il compianto Knud Jensen, uno dei fondatori del MHE, ad andare in Uganda nel 98 al fine di stimolare la fondazione dell’attuale associazione di salute mentale. Secondo Iorn Eriksen (Danish association for psychosocial rehabilitation) ci sarebbero storie molto simili nelle diverse culture, l’autostima sarebbe uno degli elementi positivo presente in tutte le culture. Gli psichiatri comunque mancherebbero di curiosità rispetto al discorso interculturale.
Gli workshops si sono svolti nella seconda giornata.
Enlisa Khanna e Lise Poulsen hanno presentato l’esperienza Muhabet, un dropin center per immigrati e rifugiati con problemi di salute mentale a Copenaghen. Particolarmente sottolineati il processo di recovery cui si ispira la struttura e l’importanza del mediatore interculturale. Le persone sono considerate ospiti e gli operatori ospitanti. Non si chiede agli ospiti di parlare per forza, né di essere registrati.
Nella sessione dedicata alle donne sono stati affrontati temi cruciali come quello del traffico delle donne (Malgorzata Kmita), della attuale situazione delle donne in Palestina (Colette Versporten) e dei disturbi non psicotici fra gruppi etnici diversi (Marianne Kastrup).
Il progetto Esperienze Compartecipate e Sistemi Locali di Salute Mentale presentato da Pino Pini e da Sashi Sashidharan è stato legato alla questione crescente dell’integrazione con le minoranze etniche. Tale questione infatti trova proprio nelle comunità locali il momento più importante a livello di integrazione culturale, sociale e politica. La costruzione e la messa in rete delle cosiddette “Esperienze Compartecipate” costituisce un forte stimolo per uno sviluppo ottimale delle comunità locali e si pone anche come potente antidoto contro nove forme di istituzionalizzazione, ivi incluso quella relativa al cosiddetto “razzismo istituzionale”.
Il tema della costruzione di reti per dare spazio a esperienze sociali è stato affrontato da Wendy McAuslan con la descrizione di un processo per lo sviluppo di un movimento nazionale di utenti della salute mentale. Sulla stessa scia Kate Langmead, che ha presentato l’esperienza del forum delle Black Minority Etnic communities (BME) in Scozia, e così pure Allyson McCollam con la sua analisi delle reti sociali in rapporto alla questione del genere. Nella sessione dedicata alla dignità dell’uomo interessanti gli interventi di Luigi Leonori “Non esiste salute senza dignità, non esiste integrazione senza dialogo e partecipazione”. Hanno fatto seguito gli originali contributi di Kelvin Ravenscroft “Spiritualità e benessere” e di Anita Chauvin sul buddismo tibetano. Il tema dei ragazzi e dei giovani con background etnico è stato trattato da Dori Espeso che ha approfondito aspetti della cosiddetta “Sindrome di Ulisse”, da Henrieke van Diest, che ha descritto un’esperienza di empowerment per giovani immigranti in Olanda e da Marjo Hannukkala, con un progetto di informazione di base per giovanissimi nelle scuole.
Fra gli interventi conclusivi Anja Baumann dell’WHO/Euro Copenaghen ha citato il recente Mental Health Pact e come vi siano affinità e concordanza di visione con la carta di Helsinki. 42 paesi europei hanno partecipato al Report sulle politiche nazionali sulla salute mentale. La maggioranza degli stati europei ha una legislazione sulla salute mentale, numerosi sono i programmi antistigma e le cure primarie sono migliorate. La valutazione invece è generalmente scarsa.
Knud Kristensen, membro anziano di Sind, ha sottolineato l’importanza di sviluppare e diffondere esempi di buone pratiche in un quadro di sempre maggiore cooperazione internazionale. Vanno incrementati il metodo del dialogo, la messa a punto di regolamenti, di standard, di indicatori e di strumenti valutativi.
Occorre superare i problemi legati alle barriere dovute ai diversi background culturali. Una raccomandazione particolare affinché vengano sviluppati progetti di partnership per l’empowerment di utenti e di carers sul versante della pianificazione, dello sviluppo e della valutazione.
John Henderson, senior advisor del MHE, ha invitato i presenti ad accettare il nuovo Mental Health Pact e di collaborare al suo sviluppo mettendo da una parte la delusione per l’interruzione del percorso della Green Paper proprio nel momento della sua applicazione. Ha messo inoltre in risalto alcuni contributi presentati come la ricerca di nuovi percorsi orientati verso il recovery e contro nuove forme di istituzionalizzazione (razzismo istituzionale incluso), il legame sempre più stretto dei servizi con le comunità locali, le pratiche innovative collegate all’arte (danza, musica, cinematografia, etc…) o alla spiritualità, il coinvolgimento dei familiari, l’accesso ai servizi e l’umanizzazione degli stessi, la diagnosi e l’intervento precoce, la ricerca e la valutazione.

Relazione sul convegno MHE
No Health without mental health
Vienna 31 May – 2 June 2007

Il focus del convegno, Organizzato dal MHE e da Promente Austria, è stato centrato sulla connessione e coerenza fra le diverse politiche europee e sul loro impatto sulla salute mentale della popolazione, nonché sull’implementazione delle strategie sulla salute mentale attraverso la cooperazione fra le diverse organizzazioni e istituzioni a livello europeo.

Plenarie 31 05 07
La relazione tecnica introduttiva di G.Thornicroft su Mental health and well-Being ha tracciato un quadro generale della salute mentale a livello mondiale. Impressionanti alcune condizioni inumane in paesi non lontani da noi dove si fa ancora uso del cage bed (il letto cella); ma anche laddove sembra che le cose vadano meglio sono forti le discriminazioni a livello di vita quotidiana; le possibilità di accesso al lavoro e alla casa sono molto minori per i sofferenti di disturbi psichici rispetto a portatori di altre patologie. Si è parlato di diversi tipi di valutazione e soprattutto di valutazione della riduzione dei sintomi e valutazione sulla qualità della vita.
Di rilievo le Panel discussions (Tavole rotonde).
Nella prima si è discusso dello stato dell’arte della Green Paper della Commissione Europea sulla salute mentale e di come dovrebbero lavorare insieme i diversi direttorati della Commissione Europea al fine di far avanzare le questioni e le relative soluzioni. Fra gli intervenuti di rilievo si citano :J Henderson MHE senior advisor, J Sheftlein European Commission DG Health and consumer Protection, J Bowis Membro del Parlamento Europeo.
Nella seconda tavola rotonda si è affrontato il significato della salute mentale e del benessere, della promozione della salute mentale e della prevenzione della malattia mentale nel contesto della politica UE di implementazione delle diverse nazioni. Rappresentanti della UE insieme a politici nazionali e locali hanno discusso tali temi al fine di sviluppare azioni politiche con ricadute positive sulla salute mentale e sul benessere della popolazione europea
Nella terza tavola rotonda è stato approfondito il ruolo delle organizzazioni della società civile e di altri portatori d’interesse rilevanti nella realizzazione della salute mentale e del benessere in Europa, di possibilità di impiego e di vita lavorativa. Rappresentanti di sindacati, di organizzazioni del terziario, dell’industria e altri portatori d’interesse hanno discusso del proprio ruolo nell’implementazione nazionale delle politiche UE rilevanti per la salute mentale della popolazione in relazione all’impiego.
Rappresentanti di organizzazioni di utenti, dei servizi e organizzazioni di familiari (beneficiari di tali politiche) hanno risposto alle questioni poste.

Workshops 01 06 07
Importante i lavoro dei sei workshop che hanno occupato l’intera giornata del 1 giugno, uno degli workshops è stato dedicato a una visita di alcuni servizi viennesi. Il sottoscritto si è alternato fra lo workshop 3 e 5 dove era impegnato direttamente con presentazioni programmate.
Lo workshop 3 è stato dedicato al progetto “buone pratiche contro l’esclusione sociale in salute mentale” in dieci paesi europei.
Dopo una presentazione di Sogol Noorani, coordinatore del progetto, sulle finalità, obiettivi e attività del progetto stesso, ciascuno dei dieci partners del progetto ha fornito una panoramica sul risultato della loro analisi dei fattori che hanno impedito, o facilitato, le attività di promozione dell’inclusione sociale delle persone con problemi di salute mentale nel loro paese a livello nazionale.
Sono state fatte presentazioni anche da Liz Sayce appartenente all’organizzazione RADAR
-l’impegno della Disability Network sulla messa a punto di strategie adeguate a collocare la salute mentale e l’inclusione sociale al primo posto di chi governa la cosa pubblica-. Erik Olsen della European Network of (ex)Users and Survivors of Psychiatry (ENUSP) ha presentato la prospettiva degli utenti sul tema della salute mentale e dell’inclusione sociale.
Katarina Lindahl, con funzioni di capo della “Unit for Inclusion, Social Policy Aspects of Migration, Streamlining of Social Policies at the European Commission, Directorate-General for Employment, Social Affairs and Equal Opportunities” ha illustrato come l’ Open Method of Coordination, nel campo della protezione e della inclusione, possa supportare gli sforzi per affrontare le attuali sfide nel settore della salute mentale e del benessere.
Il sottoscritto ha presentato un aggiornamento sul progetto Sistemi Locali di Salute Mentale, (presentato anche nello workshop 5) sottolineando l’importanza della creazione a livello locale di sistemi che consentano una partecipazione equa e verificabile di chiunque sia coinvolto nella salute mentale, a partire dagli utenti e dai familiari, nella creazione di momenti innovativi capaci di mettere in relazione i servizi con la comunità locale.
Nell’ultima sessione dello workshop John Henderson, Mental Health Europe Senior Policy Advisor, ha presentato le conclusioni e le raccomandazioni derivanti dal progetto. I punti chiave sottolineati hanno riguardato tre tipi di fattori determinanti lo sviluppo delle buone pratiche che promuovono l’inclusione sociale delle persone con problemi di salute mentale: fattori che riguardano il livello politico, fattori che riguardano le grandi organizzazioni e i portatori d’interesse e fattori che riguardano iniziative specifiche. Tutti questi fattori devono essere presi in considerazione per migliorare la situazione dell’inclusione sociale delle persone con problemi di salute mentale in modo efficace e sostenibile.
Lo workshop 5 ha affrontato questioni relative agli interventi terapeutici e alle strategie di empowerment, considerati come passaggi obbligati nelle politiche di promozione della salute mentale.
E’ stato presentato il progetto Emilia, uno studio sulle politiche e sulle prassi di otto paesi europei. Concetti di fondo: il recovery e il Lifelong learning.
“Strada”, associazione di utenti in ambito Promente, ha illustrato le proprie attività. Riguardo all’empowerment è stato fatto notare ancora una volta che prima di tutto va stabilita una relazione di fiducia fra le persone e soprattutto fra operatori e utenti, e più in generale fra chi ha e chi non ha potere
Interessante anche il progetto “Financial Security”, una fondazione in ambito Promente Austria presentata da Karl Dantendorfer. Tale fondazione garantirebbe un supporto economico a chi, per disabilità mentale, rischia di rimanere fuori da ogni circuito previdenziale.

Plenaria Sabato 02 06 07
La sintesi conclusiva di J.Henderson, senior advisor del MHE, ha dato un quadro esauriente di quanto avvenuto nella conferenza. Una folta partecipazione di pubblico oltre alla presenza di membri qualificati dell’European Commission, dell’ European Parliament, di NGOs e di Istituzioni, hanno reso possibile una grande vitalità e una quantità incredibile di informazioni.
E’ stato sottolineato l’intervento di Sheftlein dell’European Commission che ha affermato come nel prossimo settembre 2007 la Commissione Europea pubblicherà la strategia europea relativa alla Green Paper. Vi saranno molte indicazioni soprattutto per gli stati membri. Sarà utile allora stimolare i vari ministri.
Il focus della conferenza sul mental well-being impegna adesso, in modo più ampio rispetto al passato, i parlamentari europei presenti e quindi i diversi governi nazionali a operare su vasta scala. Il “Support Proiect” è stato istituito proprio per promuovere la visibilità e l’impatto della Commissione Europea.
Sono state riproposte le questioni relative all’impiego, al recovery, ai diritti umani, ai trasporti, all’educazione e ai determinanti sociali della salute e del benessere mentale. Il tutto in un quadro di sanità pubblica.
Sono stati ricordati problemi relativi alla capacità legale, alla sorveglianza, alla istituzionalizzazione, a trattamenti barbarici e alle morti nelle istituzioni.
Particolarmente citato il progetto FRED (Fairness, respect, equality dignity).
Citazioni finali anche per la questione donne e salute mentale.
Quanto al tema della partecipazione si è sottolineata l’importanza della partecipazione nei servizi che però va di pari passo con la partecipazione nella società civile.
Heinz Katschnig, del global forum WHO, ha fatto notare come il sistema dei DRG nei paesi poveri esclude dall’assistenza chi soffre di problemi psichiatrici cronici
José Miguel Caldas de Almeida ha riportato l’esempio del Portogallo che nel 1998 riuscì a fare una buona legge innovativa per la salute mentale, ma in seguito non si sono notati cambiamenti per le difficoltà di rendere operativa tale legge che prevedeva fra l’altro un ruolo attivo degli utenti. Ma in Portogallo non si è lavorato abbastanza consentire tale ruolo attivo agli utenti; esistono sì gruppi caritatevoli che si chiamano gruppi self help, ma no si sono create le condizioni generali perché gli utenti possano esprimere la loro voce e la loro azione nella società. Adesso il Portogallo punta sul nuovo piano nazionale per la salute mentale 2007 2016