Asylum Conference 2008

Asylum Conference and Festival, Manchester 10-12 September 2008, Elizabeth Gaskell Campus MMU

La conferenza e il festival sono stati organizzati da Asylum associates, da il Discourse Unit, da Hearing Voices Network and Paranoia Network, con la sponsorizzazione di Campaign Against the Schizophrenia Label, da UCLAN Institute for Philosophy, Diversity and Mental Health, da PCCS Books, da Intervoice e da Working to Recovery.
Peter Bullimore, ex utente e promotore dei gruppi “Paranoia”, è stato la persona chiave dell’intera manifestazione. Un richiamo forte la celebrazione della recente scomparsa di Terence Mclaughlin, direttore per lunghi anni della rivista Asylum. E’ stato ricordato a più riprese il militante socialista irremovibile e, allo stesso tempo, la persona dolcissima nel rapporto con gli altri. Il suo nome è legato ad Alex Jenner, che ha fondato Asylum nell’84 dopo i memorabili incontri con gli italiani di Psichiatria Democratica, nonché alla compagna Juli Down con cui ha costruito la rete inglese dei gruppi di uditori di voci (adesso ben 160 gruppi). Per non dire di persone che ha letteralmente strappato da servizi coercitivi e pseudo-curativi per restituirle ad un percorso di vita dignitoso, se non addirittura brillante, vedi il caso dello stesso Ron Coleman Le foto di Terence apparivano ovunque, appese alle pareti, nelle slides delle presentazioni, nel numero speciale di Asylum. In pochi sapevano che era anche un ottimo musicista le note della sua chitarra sono state diffuse in plenaria e hanno destato ulteriore ammirazione per le poliedriche capacità di Terence.

La plenaria niziale è stata dedicata al racconto di vicende personali collegate a Terence e a passaggi importanti della storia di molti gruppi e associazioni inglesi negli ultimi 20 anni. Sono intervenuti, fra gli altri: Adam James, Ron Coleman, Sandra Esher e Phil Thomas
Molto significativo il racconto della fuga di Ron Coleman dall’ospedale psichiatrico nel 91 e del rifugio in casa di Terence. La polizia suonò il campanello alle 2 di notte alla ricerca di Ron, Terence rispose che a quell’ora sarebbe stato meglio che la polizia fosse andata a disturbare lo psichiatra di Ron che aveva sbagliato sia la diagnosi che la terapia. Ron ha definito Terence un “rivoluzionario in pratica”. Si è detto delle sue letture sul materialismo dialettico e dei libri che distribuiva agli amici perché ne ridiscutessero con lui, dell’amore per Garcia Lorca, dell’internazionale intonata durante il funerale, della musica composta da Mary Maddoc utente irlandese e sua grande amica, della tesi di laurea in psicologia conseguita qualche anno fa nella stessa università di Manchester avendo come relatore esterno Marius Romme.

Una sessione ragguardevole è stata dedicata alla presentazione della Critical Psychiatri Network (CPN) che, nata nel 1999 per iniziativa di una ventina di consultant psychiatrists a Bradford, ha colto l’occasione per fare un aggiornamento sulla propria identità e sulle attività in corso. Da tempo si erano realizzati scambi con le realtà di Firenze e Prato e in particolare con Phil Thomas quale referente principale della stessa CPN. I rapporti con il movimento internazionale degli utenti e con la rete degli uditori di voci Intervoice hanno rafforzato i contatti con questa nuova organizzazione.
E’ stata ribadita l’impostazione “post-psichiatrica” del gruppo sottolineando analogie e differenze con l’establishment psichiatrico negli UK, da una parte, e con il movimento antipsichiatrico degli anni 70, dall’altra. Fra le azioni di successo sono stati citati gli incontri con il Royal College degli psichiatri che hanno portato ad una riflessione critica sui rapporti con le aziende farmaceutiche. Le lotte per evitare il parlamento approvasse i Community Treatment Orders (CTOs) non hanno conseguito invece il risultato sperato, nel senso che prossimamente sembra certo che i CTOs diventino legge e che le persone che rifiutino le terapie dovranno essere curate obbligatoriamente anche a domicilio. Il CPN continua comunque a battersi per le proprie idee su molteplici aspetti della salute mentale come: la contrarietà alla detenzione preventiva, l’aiuto a dare voce al dissenso, lo stimolo al dibattito dentro e fuori della psichiatria, la riflessione sulla operatività, il supporto reciproco fra professionisti aperti a modalità alternative, lo stimolo al pensiero critico e allo sviluppo di teorie critiche. Duncan Double ha sottolineato alcune differenze del CPN rispetto all’antipsichiatria di Cooper e in particolare rispetto alla psicopatologia e alla protezione sociale che il gruppo CPN invece non nega in maniera assoluta. Jo Moncrieff ha presentato il suo ultimo lavoro rispetto ad un uso critico degli psicofarmaci

Nel CPN meeting, collaterale al convegno e aperto solo agli invitati, si è parlato di Salute mentale positiva e dell’opportunità di costruire una nuova visione della salute mentale, di trovare una nuova integrazione con gli aspetti biomedici, di fare le cose con le persone e dell’opportunità di costituire un gruppo speciale all’interno del Royal College of Psychiatrists. Gli attuali managers dei servizi, occupati soprattutto a far quadrare i bilanci, sembrano non avere alcun interesse a che le cose cambino; non sanno come destreggiarsi fra le spinte dei professionisti, legati al sapere globale e universitario (experts by profession), e quelle degli utenti, legati soprattutto al sapere locale e della propria esperienza (experts by experience). Si è discusso dell’uso massiccio e indiscriminato dei neurolettici in situazioni acute e di come invece sia necessario operare come gruppo di lavoro tenendo conto anche degli aspetti simbolici che in situazioni ospedaliere purtroppo vengono trascurati.
Si è parlato infine della proposta di un prossimo seminario fra psicologi, psichiatri e filosofi insieme con l’European Network of Users and Suvivors of Psychiatry (ENUSP).

Fra i contributi più attesi senza dubbio quello di Marius Romme che sta mettendo a punto una raccolta di 50 storie di uditori di voci e del loro percorso di recovery ‘Recovered Voices: An Anthology of 50 Voice Hearers’ Stories of Recovery’. Si tratta forse di una delle ultime fatiche di Romme, per sua stessa affermazione, in quanto l’età avanzata e alcuni acciacchi non gli consentono più di lavorare a ritmi elevati. Si è trattato di un excursus sugli oltre 20 anni di storia del progetto udire le voci. Iniziato a metà anni 80 in Olanda, insieme alla giornalista e moglie Sandra Escher, con un appello televisivo a tutti gli uditori di voci, sia che frequentassero i servizi sia che no, si giunse alla formazione di un nutrito gruppo di persone. L’idea era quelle di far accettare le voci come fenomeno culturale e non come sintomo di patologia psichiatrica. Adesso, a seguito dell’esperienza dei gruppi sparsi in tutto il mondo, si tratta di lavorare con le voci in maniera più precisa. Fra gli innumerevoli studi ne è stato citato uno recente della stessa Escher che ha intervistato 300.
La voce, secondo Romme, è una reazione ad un forte trauma pregresso che la persona per vari motivi può preferire di ignorare. Le voci sono emozioni. Le psicosi sono emozioni critiche e tumultuose. Si sa lavorare poco con le emozioni, La lingua parlata ha rimpiazzato le emozioni.
Quando si è piccoli il cervello non è integrato e la vulnerabilità emotiva è molto forte. Cita l’esempio di una ragazza abusata sessualmente dal padre chirurgo fin da bambina. Nessuno, compreso lo psichiatra, credeva alla sua storia trattandosi di famiglia rispettabilissima. Ciò ha contribuito a sviluppare nella ragazza una bassa autostima e senso di vergogna e di disvalore.
Riporta la citazione di Jaqui Dillon: “Devi essere attivamente passiva per accettare ciò che lo psichiatra ti fa”
A volte sono gli stessi psichiatri ad impedire il recovery che i pazienti vorrebbero. Spesso infatti il recovery si attua solo fuori dai servizi.
In che modo le voci esprimono emozioni? Le voci hanno una loro identità anche se può sembrare molto confusa e spesso ti portano all’abuser. Possiamo decodificare le voci e arrivare al problema. Non si tratta quindi solo di accettare le voci, il coping, ma anche di passare dall’accettazione ad una esplorazione più profonda.
Per concludere, va cambiata la relazione della persona con le proprie voci. Non si è di fronte a una cura che miri all’eliminazione delle voci, ma ad un lavoro che scopra la natura reattiva delle voci. Si lavorerà quindi sulle emozioni e sulla storie di vita secondo una prospettiva di recovery.

Jaqui Dillon ha presentato una interessante relazione dal titolo “Personale è politico” partendo dal racconto della propria esperienza di vita. Il padre e la madre organizzavano eventi pedofili nei quali sia lei che i fratelli erano coinvolti. Proprio la casa dei genitori, che doveva essere il luogo della sicurezza, era invece il luogo del terrore. In più, come spesso succede in casi simili, i genitori la minacciavano e la biasimavano al punto da farla sentire una nullità. All’età di 17 anni riesce a trovare una nuova famiglia e un lavoro interessante in una emittente privata.
A 21 anni il primo figlio, ma l’invasione delle voci si fa incontenibile recandole seri problemi sul come sentirsi madre. All’ospedale psichiatrico gli stessi medici non credono alla storia di abusi che riferisce e affermano invece che Jaqui è affetta da una malattia psichiatrica grave. È stata però fortunata perché, in seguito, ha trovato persone che le hanno creduto.
Passa quindi in rassegna, in modo magistrale, alcune esperienze negative e le possibili reazioni che le persone possono sviluppare anche come strategia di coping. Fra le esperienze negative cita: l’abuso, il tradimento, l’emarginazione, la negazione, il biasimo, le minacce. Fra le reazioni cita: l’udire le voci, l’autolesionismo, i disordini alimentari, la creatività, l’intraprendenza e il senso di giustizia.
Propone la necessità di individuare nuovi paradigmi oltre quello biologico e accenna ai seguenti: Trauma&recovery, Understanding dissociation, Attachment theory e Personal is political. Particolare la sottolineatura al paradigma del Trauma&recovery cui consegue, dal punto di vista operativo, un percorso che punta a creare un senso di sicurezza attraverso un richiamo di eventi passati che possa consentire un distacco sereno dagli stessi. Rispetto al paradigma “Personale è Politico” enfatizza l’atteggiamento di chi, come Terence, si rifiuta di attribuire esclusivamente ai singoli la responsabilità delle loro sventure, ma va alla ricerca anche di responsabilità collettive. Jaqui lavora da sette anni con gli uditori di voci e addestra gli operatori dei servizi.

Un seminario di successo è stato quello relativo all’uscita dalle cure farmacologiche condotto da Rufus May.
Questi, ex utente e psicologo del servizio nazionale, negli ultimi anni ha svolto un grande lavoro di pubblicizzazione, attraverso internet e i vari tipi di media, comparendo spesso anche in televisione grazie alle doti di ottimo comunicatore. Un utente dei servizi è stato intervistato in diretta dallo stesso Rufus che ha fatto riferimento ad una recente ricerca di Mind sull’argomento (Coming off medication) citando i seguenti dati: i più cessano le cure segretamente, è necessario un supporto, alcuni vogliono smettere o accorciare il periodo di assunzione, le medicine in genere sopprimono le emozioni, è comunque opportuno diminuire i farmaci gradualmente.
Dalla presentazione e dal dibattito pubblico molto partecipato (è stato necessario l’uso dell’aula magna per ospitare il gran numero di partecipanti) sono emerse alcune modalità pratiche per uscire da una crisi acuta, quali: la meditazione, il dormire con l’aiuto di tè o bevande similari, le attività espressive, la danza, lo sport, il comunicare. E’ stata raccomandata inoltre la lettura della pubblicazione di Mind sopracitata, ma allo stesso tempo si è constatato come siano quasi inesistenti strutture che aiutino chi voglia uscire dai farmaci optando per altre forme di aiuto. E’ stata citata la “Runway house” di Berlino dove lavora Peter Lehmann e una esperienza americana non meglio definita. Tutti d’accordo sull’opportunità di porre questo problema come prioritario e di sollecitare le persone a raccontare le proprie storie. Ribadita inoltre la necessità di rimpiazzare i farmaci con altre “cose”. Molto utili i gruppi di auto aiuto.

Il Greater Manchester Survivors History Group insieme al Survivors Histrory Group di Londra hanno presentato un prima bozza di storia del movimento degli utenti dal titolo “Survivor Voices 1908-2008”. Si tratta di un lavoro in corso ma che sembra molto interessante e utile. E’ un lavoro che riguarda quasi esclusivamente la situazione inglese ma ci sono le possibilità di un allargamento a livello internazionale dal momento che vi sono molte connessioni comuni

Una workshop è stato dedicato alla presentazione da parte del sottoscritto del progetto Esperienze Compartecipate e Sistemi Locali di Salute Mentale. Era stato lo stesso Terence, poco prima della sua scomparsa, a sollecitami a intensificare i rapporti fra l’esperienza di Manchester e l’esperienza italiana. Il rapporto poi è continuato con Peter Bllimore soprattutto relativamente ai gruppi “Paranoia”. Al seminario, fra gli altri, erano presenti utenti inglesi e olandesi che fin dal 1989 avevano seguito il percorso dell’auto aiuto fra Firenze e Prato. Ne è scaturita una vera e propria presentazione compartecipata che ha coinvolto notevolmente il pubblico. Si è confermato che, nonostante tutto, i servizi italiani sono molto più vicini alle persone dopo la chiusura dei manicomi. C’è da augurarsi che, oltre alla vicinanza fisica, si realizzino una vicinanza psicologica, nuovi saperi e nuovi atteggiamenti verso la salute mentale.